RACCOLTA DIFFERENZIATA

Una carissima parrocchiana ci invia questa riflessione che volentieri vi rigiriamo:

Rimasta in chiesa dopo la Messa decisa a pregare per le intenzioni della Madonna, come lei spesso ci chiede a Medjugorje, in realtà avevo qualcosa in mente che mi turbava e mi distraeva continuamente. Il fatto è che mi ero portata dietro una nuova “ferita” infertami, non volendo, da uno dei miei fratelli la sera prima. Ho detto: «Signore, lo perdono. Aiutami a perdonarlo». Ma l’agitazione non passava. Allora ho chiesto alla Mamma di aiutarmi a capire e mi è passata per la mente questa espressione: “raccolta differenziata”, che significa? Riflettendoci mi sono resa conto che avevo mischiato alla ferita il mio orgoglio e l’antico “vizio” di sentirmi deputata a risolvere i problemi familiari: ma come, non l’avevo affidata al Signore la mia famiglia? Già, ma forse non lo faccio solo io: alle volte affidiamo una cosa al Signore, poi ce la riprendiamo perché, in fondo, ci siamo attaccati e le nostre soluzioni (magari solo fantasiose) ci piacciono di più perché le pretendiamo a costo Ø o almeno a un costo stabilito da noi.

Allora ho diviso le cose: ho perdonato mio fratello, ho restituito al Signore ciò che mi ero ripresa, ho rinunciato al mio orgoglio chiedendo perdono e, finalmente, con la pace nel cuore ho potuto pregare.  
Questo episodio mi ha fatto capire che a volte ci capita di fare della nostra anima un po’ come con il secchio della spazzatura a casa, lì dove ancora non esiste la raccolta differenziata: lì dentro gettiamo di tutto, poi chiudiamo la busta e appena possibile la portiamo nel cassonetto.

Così nella nostra anima gettiamo alla rinfusa amarezze, delusioni, pretese, errori, buoni sentimenti che non usiamo più, rancori ed ogni altro “rifiuto”; ci buttiamo dentro anche i nostri peccati, quelli però li incartiamo prima bene in modo che, se qualcuno sbirciasse nel nostro bidone, non li vedrebbe e così non li vediamo più nemmeno noi e ce li dimentichiamo. Poi magari – essendo “buoni cristiani” – andiamo in chiesa e – pur con ogni migliore intenzione di offrire tutto al Signore – rovesciamo l’intero contenuto ai piedi dell’altare, convinti di essercene liberati nel modo giusto. Ciò malgrado il loro malodore ci disturba ancora, impedendoci di star raccolti in preghiera come vorremmo. Subito ci sembra un nostro diritto lamentarcene con Dio: «Ma che ho fatto di male per meritarmi questo?» oppure: «Tutte a me? » o peggio: «Perché, Signore, non mi ascolti?» Insomma il sentirci un po’ vittime ci aiuta – illusoriamente – a tentare di lasciar lì le nostre immondizie e a tornarcene a casa tranquilli.

Solo che, sorpresa! una volta rincasati le immondizie sono ancora lì o almeno si riformano ad una velocità esasperante.
Ora, come nella nostra società immondizie indifferenziate  (comprese quelle tossiche)  e discariche generali, inquinano l’ambiente e accrescono le malattie, mi sembra che così avvenga anche nell’anima: arriva il momento che non riusciamo più a smaltirle se non cambiamo sistema.
Allora proviamo a fare anche la “raccolta differenziata” dei “rifiuti spirituali”.
Forse ci chiederemo: a che serve? Per caso il Signore non si è già caricato sulla croce ogni nostro male? Certo! E non può far fronte anche a miserie più grandi di queste nostre? Naturalmente! E allora perché se gli chiediamo di togliercele, non ce le toglie? Non è vero che vuole il nostro bene? Appunto!
Come un padre, anzi essendo il Padre, insegna ad un figlio a saper distinguere ciò che è buono da ciò che gli fa male, il Signore vuole farci crescere e diventare adulti, anche spiritualmente, soprattutto spiritualmente, perché possiamo partecipare al suo Regno e regnare con Lui.
Allora cominciamo a distinguere ciò che viene da noi da ciò che viene dagli altri. Ciò che, pur addolorandoci e turbandoci, è nell’ordine naturale delle cose (morte compresa), da ciò che è depravazione e guai che ci procuriamo da soli.
Mettiamo nella pattumiera identificata con il nostro nome le nostre sporcizie, ma senza incartarle, in modo che possiamo vederle bene fino a provarne nausea e, prima di consegnarle, chiediamo allo Spirito Santo ci indicarci se ne abbiamo dimenticata qualcuna o se, per errore, l’abbiamo messa in qualche altro recipiente. Poi per questo genere di immondizie in Chiesa c’è un apposito “raccoglitore”: il confessionale.
In un diverso bidone poniamo le cattiverie ricevute: queste vanno sì presentate all’altare per essere bruciate nell’inceneritore del perdono, dal quale sale un soave odore gradito a Dio. Però accertiamoci bene che, distrattamente, non ci sia finito dentro qualche sassetto d’orgoglio, di presunzione, di rancore, tutte cose che in quell’inceneritore non vengono bruciate, ma lo ostruiscono e mandano cattivo odore.
In un’altra diversa pattumiera riponiamo i dolori della vita e le difficoltà che non ci siamo procurati con i nostri vizi ed errori: anche questi sono da presentare all’altare, con l’accortezza però di accettarli prima come croce, in unione alla croce di Gesù e pregandolo di portarla lui con noi perché da soli non ce la possiamo fare per offrirla al Padre in remissione dei peccati nostri e altrui.
Poi, ancora a parte, raccogliamo i nostri limiti, le cattive abitudini, i ruoli fatti nostri, il potere di cui ci siamo impossessati, quegli aspetti poco carini del nostro carattere che non riusciamo a superare, le paure che ci portiamo dietro da bambini, e ogni altro “disturbo di personalità”, mettiamo tutto in un sacchetto e depositiamolo nel cesto “richieste di grazie in umiltà” reperibile ai piedi di Maria.
A lei consegniamo pure eventuali “residui liquidi” delle giornate consumate: il calice delle nostre lacrime affidiamolo a lei perché lo porti a Gesù e anche quest’acqua sia trasformata in vino per la festa.
                                                                                                        Silvia Campanella
                                                                                                                6/9/13

L'autore

Padre Stefano

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