Per non dimenticare …

Imelda Tabbia e Valeria Rocchi

Il 2010 ci ha riunito a celebrare i funerali di due vincenziane da “sempre” presenti nella nostra comunità parrocchiale. Tanto e di più si potrà meglio dire di loro ma ciò che noi vincenziani non vogliamo sia disperso è il valore della loro testimonianza cristiana. Di questo proverò a raccontare.


Valeria Rocchi ha fatto l’impegno di adesione alla famiglia vincenziana nel 1945. Ed era persona così discreta che lo disse quasi sottovoce solo poco tempo fà a mia mamma, vincenziana anche lei, nonostante per oltre 15 anni avessero lavorato fianco a fianco nel volontariato; e mai esibiva la sua maturità associativa per affermare la validità di un suo pensiero, per aumentarne la valenza nel confronto con gli altri.
Ecco le caratteristiche principali presenti sempre nel suo operare per aiutare: l’umiltà, la discrezione, la semplicità .
A chi l’ha conosciuta Valeria ha testimoniato un cristianesimo attivo, fatto di fede, di preghiera, di comunità, di fare chiesa, e di tante azioni a sostegno di chi vedeva essere solo, soprattutto verso gli anziani.
E come ha insegnato san Vincenzo mai operava “in solitaria”, sempre coordinandosi con la presidente del gruppo volontariato vincenziano, con gli altri vincenziani, facendosi affiancare da altri collaboratori, spessissimo insieme a suo marito.
Ricordo di un caso di una coppia molto anziana, entrambi i coniugi malati e soli, senza parenti, o comunque senza nessuno che se ne occupasse. Abitavano proprio a 2 passi dalla nostra chiesa, e furono segnalati dall’allora parroco Padre Serafino Ciardi.
Valeria lo portò all’attenzione della presidente vincenziana con cui fece la prima visita domiciliare. Entrambe si fecero carico della difficile situazione, e con passo prudente e discreto cominciarono a recuperare una rete di rapporti fatta di vicini di casa dei due anziani, del medico di base, di ex-colleghi di lavoro dei due anziani per aumentare le risorse che vedevano necessarie per sostenere quella coppia sofferente.
Riuscirono a coordinare le varie azioni che quotidianamente erano richieste, a far sentire meno soli e meno in balia dei vari prestatori d’opera e professionisti che si alternavano (colf, infermieri, medici, negozianti, ecc.) ed infine, quando fu necessario e non più rinviabile, ad ottenere il loro ricovero insieme, nello stesso istituto per lungo degenza, cosa affatto trascurabile per una coppia di coniugi.
L’istituto era a Monterotondo e settimanalmente Valeria e Marisa, con i loro rispettivi mariti, andavano a far visita ai signori Spalletti.
I due anziani sposi rimasero insieme così fino alla fine.


Imelda Tabbia, detta Neldina, ignoro da quanto tempo fosse vincenziana, non tanto per sua discrezione ma perché non amava le date, in particolare le date che poteva ricondurre alla sua età. Una innocente debolezza che una suora ricordò proprio nella celebrazione del suo funerale.
Mi piace ricordare una sua coraggiosa affermazione: “ … sono malata e sofferente ma non ho nulla di che lamentarmi.
Ho avuto una vita piena, ho avuto tanto, il Signore mi ha dato tanto che non temo la morte perché credo di aver vissuto quanto mi era dato da vivere in questa terra….”.
Imelda in effetti ha dedicato la sua vita a chi era nel bisogno, ma soprattutto ai bambini, ai bambini abbandonati, ai bambini con disagi, alle mamme sole con bambini.
Lei diceva di non aver generato figli ma di averne avuti tanti di bambini, che appunto lei chiamava i suoi bambini, i suoi ragazzi, a volte i suoi figli.
Venne a Roma a piedi dal veneto che aveva neanche 17 anni, appena riaperta la linea del fronte, a cercare un suo fratello di cui nessuno in famiglia aveva più notizie da quando, all’inizio della guerra, aveva lasciato la casa paterna per entrare in seminario a Roma.
Figlia di un padre bestiemmatore e senza Dio, diceva lei, figlia più piccola di non so quanti figli, minuta come uno scricciolo imparò a tener testa ai fratelli maggiori e ai compagni di gioco negli anni della miseria profonda portata dalla guerra.E con quel carattere determinato decise, senza un soldo in tasca, di mettersi in cammino per Roma, mangiando e dormendo in cambio di lavapiatti e simili.
Sbagliò strada e superò Roma, arrivò ad Avezzano, rientrò verso Roma dalla Tiburtina incrociando per prima cosa il cimitero monumentale del Verano che a lei- da fuori vedeva solo le statue- sembrò un monumento grandioso forse una villa privata. Ne rideva ancora quando lo raccontava.
E così scoprì che sbagliava di nuovo a cercare suo fratello in un collegio di viale XXI aprile (piazza Bologna) perché il nome era simile ma si trattava di viale 30 Aprile, appunto a Monteverde vecchio, vicino villa Sciarra. Qui inizia la sua missione, il suo nuovo cammino.
Dopo quell’improbabile viaggio era più morta che viva. Ritrova finalmente il fratello in seminario dove la soccorrono e la curano. E dove arrivano i primi neonati abbandonati. Era il dopoguerra.
Un sacerdote coraggioso ed illuminato chiede a lei e ad un’altra ragazza sua compagna di stanza – ospite nello studentato – di “provvedere” ad assistere i 2 neonati.
Lei ricorda il suo fastidio e disappunto ad assolvere ad un compito che proprio non aveva programmato. Ma tenta. E arrivano altri neonati. E il sacerdote continua ad accoglierli. E loro cominciano ad amare ciò che fanno.
La storia meriterebbe altro spazio per l’importanza che quel semplice, casuale, inizio ha determinato nella vita di tanta gente e di tanti bambini oggi adulti.
Imelda ha incontrato così il Signore, e via via ha studiato, è diventata educatrice professionale all’università di Roma, ha fondato una casa famiglia, ha diretto l’amministrazione della clinica Sacro Cuore in alcuni anni in cui era stata affidata alla loro Famiglia la gestione, ma soprattutto non ha mai smesso di lottare e di pregare per i suoi bambini.
Imelda non era una suora, qualcuno lo pensava, ha mantenuto il suo stato laicale, ma ha dedicato tutta la sua vita agli altri. Ha sempre operato con ricchezza di strumenti culturali, con creatività, con competenza, e in comunione con la Chiesa, con collaboratori vincenziani e non.
Gli ultimi anni era veramente molto malata ma mai ha chiesto per se stessa. Piuttosto prendeva gli autobus con il freddo e la pioggia per andare a fare un esame in ospedale però raccoglieva i soldi per pagare il taxi a una mamma che doveva portare il suo bimbo all’ospedale.
Lei mi ha insegnato a ricordare sempre che qualsiasi cosa facciano i bambini e i ragazzi sono sempre da proteggere, sostenere, incoraggiare, da NON abbandonare MAI!
Laura Pettini

L'autore

Padre Stefano

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