Il racconto di un grest che assomiglia anche al nostro

Se in vacanza i ragazzi riscoprono l’oratorio
di Jenner Meletti e Vera SchiavazziLa Repubblica, 9.6.12

San Zeno sul Naviglio (Brescia) – Gianni, anni 11, cerca di spiegare il gioco del “generale”. «Allora c’è questo generale che può uccidere tutti e c’è la spia che può uccidere solo il generale. Devi capire chi è la spia, così ammazzi il generale e vinci». C’è un sole che spacca, ma bambini e ragazzi corrono, gridano, si strappano foulard che sono bandiere, ridono o si arrabbiano quando a vincere è l’altra squadra. Oratorio San Giovanni Bosco, 150 bimbi dalla prima elementare alla terza media, divisi in quattro “colori” – ci sono i verdi, i rossi, i gialli e i blu – e otto gruppi. Un colpo di fischietto e tutti si fermano. «Ragazzi, adesso cantiamo l’inno». Tutti sotto un tendone, i più piccoli davanti. «Stiamo andando a giocare, a giocare sul prato / sotto il cielo dorato nel cielo più blu / stiamo andando a cantare, a cantare nel coro / un accordo maggiore che è molto migliore / se canti anche tu». Mani in alto, giravolta, mani avanti, giravolta, un abbraccio a chi è vicino, mani dietro, giravolta… Una giornata in oratorio, nell’anno del boom. In questa estate africana sono almeno un milione e 500.000 i ragazzi che frequentano i Grest (gruppi estivi), i Cre (centri ricreativi estivi) e le Er (Estate ragazzi). Nomi diversi per quelle che un tempo erano semplicemente “le vacanze dal prete” e che adesso sono molto cambiate, o forse no. I primi ragazzi, qui a San Zeno – cinquemila abitanti e un record di partecipazione alla Messa del 30% – arrivano alle 7,30. «Apriamo il cancello – racconta don Andrea Giovita, 30 anni, vice parroco – ai figli di chi va a lavorare. Ma le attività cominciano alle 9». Subito una “scenetta”, che si sviluppa giorno dopo giorno. Si parla di un re che regna su due paesi che non vanno d’accordo fra di loro. E allora il re finge di essere stato rapito e tutti si impegnano per liberarlo. «Così si insegna che solo lavorando assieme si fanno cose buone». Giochi, balli e canti fino alle 12, ora di pranzo.

Oggi pizza, involtini di prosciutto cotto e pomodori. Da Brescia arriva don Marco Mori, 39 anni, presidente del Foi, il forum degli oratori italiani. «In estate – dice con orgoglio – siamo l’agenzia educativa più importante d’Italia. Quest’anno riusciamo ad aprire 6.500 oratori in tutto il Paese. La Lombardia è l’ammiraglia, con 3.000 centri. Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna ne contano 500 a testa. Ma le novità arrivano anche dal Centro, con 92 oratori in Umbria, e dal Sud, dove la Puglia ha 400 centri. In Lombardia abbiamo già fatto i conti: siamo cresciuti del 10% rispetto allo scorso anno. Anche le parrocchie hanno vissuto il loro ’68 e in quegli anni l’oratorio fu giudicato vecchio e stantio. Ora c’è la rinascita, voluta dai nuovi preti ma soprattutto dai genitori che vogliono proporre ai figli un’esperienza vissuta nella loro infanzia». «Sembra quand’ero all’oratorio, con tanto sole, tanti anni fa. Quelle domeniche da solo… nemmeno un prete per chiacchierar». “Azzurro”, 1968, di Vito Pallavicini e Paolo Conte. Parli con don Guido Zupelli, classe 1947, massiccio parroco di San Zeno, e ti sembra di entrare in un film in bianco e nero. «Da ragazzo ero sempre all’oratorio del mio paese, Orzinuovi. C’era un bambino bravo a calcio, Cesare Prandelli. È tornato a giocare da noi, nei tornei estivi, assieme a Marco Tardelli. In un’intervista ha ricordato il mitico don Vanni, il nostro parroco, che ci lasciava giocare a calcio solo se avevi finito i compiti e se avevi pulito l’oratorio». Don Guido non gestisce il Grest ma osserva tutto, come una chioccia guarda i pulcini che cominciano a uscire da soli. «L’altro giorno, a Brescia, ho incontrato un uomo che mi ha detto: “Grazie per tutto quello che mi ha insegnato”. Io un poco imbarazzato gli ho chiesto: “Eri a catechismo? Ti ho preparato per il matrimonio?”. «No, don Guido, lei mi ha insegnato a giocare a calcio». Ogni persona riceve dei doni dal buon Dio. Io sapevo giocare bene al pallone e a basket e per 35 anni ho insegnato agli altri, nei miei oratori». Pausa all’ombra dopo il pranzo, alle 14 si ricomincia. Prima i balli poi ogni gruppo si prepara per la festa finale, con canti, teatro, piccoli spettacoli, danze, storie… Ci sono ancora i giochi che ricordano i cortili di un tempo. Vanno forte ruba bandiera e palla avvelenata. Merenda alle 15,30 poi arriva il momento della preghiera. Ogni ragazzo ha in tasca un cartoncino con quella del giorno. «Gesù, aiutaci a far spazio dentro di noi, a svuotarci delle tante parole inutili. Aiutaci ad accogliere le parole che danno un senso alla nostra vita». Alle 17,30 il Grest finisce, ma in tanti restano a giocare nel parco, con campi da calcio, basket, beach volley… «Il mio oratorio – racconta don Guido Zupelli – è aperto tutto l’anno. Si fa anche il doposcuola per elementari e medie e un gruppo di insegnanti viene a fare lezioni, gratuitamente, per i ragazzi delle superiori che ne hanno bisogno. Qui lavorano solo dei volontari, che per tutto l’anno raccolgono ferro e carta e organizzano la cucina quando ci sono la sagra o i tornei di calcio. Così raccogliamo soldi anche per il Grest». Oggi non bastano, per gestire i nuovi oratori, un «mitico don Vanni » e un altrettanto mitico don Guido. «Stiamo già pensando – dice don Marco Mori, il responsabile del Foi – il programma per il prossimo anno. Gestire 1,5 milioni di ragazzi significa preparare almeno 300.000 adolescenti perché diventino animatori. Per tutto l’anno si parla di questi ragazzi come se fossero abulici ed egoisti, poi li vedi a migliaia nei Grest impegnati a fare qualcosa per gli altri e soprattutto a voler bene ai più piccoli». Il “Manuale responsabili” dei Grest è un libro di 130 pagine, con citazioni di Tullio De Mauro, don Lorenzo Milani e del cardinal Carlo Maria Martini. «Quest’anno i campi sono dedicati alla Parola. Parole buone non sono quelle eleganti, ma quelle che sanno raccontare il bene ricevuto». Tre settimane di Grest, a San Zeno, costano 120 euro, più 50 euro per la mensa. Martedì in piscina e giovedì in gita, tutto compreso. Quindici euro di sconto per il secondo figlio, gratis il terzo e il quarto. «Se una famiglia non ha mezzi, non facciamo pagare nulla. E con l’iniziativa “Adotta un bambino”, chiediamo ai nonni con una buona pensione di pagare la retta a un “nipotino” mai visto. Ma non è solo la crisi economica ad affollare i nostri centri. C’è la voglia di stare accanto al proprio campanile, non per respingere gli altri – abbiamo anche animatori di famiglia musulmana e nel Comune di Brescia, ad esempio, la metà dei ragazzi sono extracomunitari – ma per accogliere. L’oratorio è territorio, è patrimonio di un paese o di un quartiere, è un pezzo di Chiesa pensato per chi sta crescendo». La crisi pesa comunque anche qui. «Cento persone – racconta don Guido Zupelli – ogni settimana vengono a ritirare in parrocchia un pacco viveri. Quasi la metà sono persone nate qui che hanno perso il lavoro. Fino a due anni fa, nella nostra Caritas, non si vedeva nessun italiano». «Ciao, grazie, scusa e per favore / prova ad usarle e vedrai pure tu / aprono tutte le porte / come un passepartout». Gli animatori, prima di tornare a casa, preparano l’inno che sarà cantato domani e decidono quali giochi organizzare. Sono 50, e da marzo si sono incontrati 9 volte – due ore di lezione – per preparare il Grest. Silvia e Laura, Michael e Luca sono tutti studenti di 17 anni. «Certo, alla nostra età, non è facile essere “autorevoli” con quelli di terza media che hanno appena tre anni in meno. Però abbiamo imparato che per essere rispettati devi essere tu a fare le cose per bene». Sarebbero giorni di vacanza, questi. Giorni di piscina e di play station. Silvia e gli altri non si sentono eroi. «A casa puoi fare quello che vuoi, ma sei solo. Gli amici sono tutti qui al Grest». «Io da grande – racconta Laura – vorrei fare la maestra d’asilo e questa esperienza mi è utile. Incontri i bambini per strada e ti abbracciano. A San Zeno, ormai, non ci sono più facce sconosciute. Dunque, domattina, dopo la scenetta facciamo palla avvelenata, calcetto, ruba bandiera, il ballo, il generale… ».

Che cosa fai quest’estate? «Vado al campo estivo. A scuola». Un edificio scolastico su tre resta aperto anche in luglio nelle grandi città italiane, con orari perfino più lunghi di quelli delle normali lezioni. E se è vero che i programmi proposti da cooperative e associazioni, ai quali i Comuni appaltano il problema del parcheggio estivo di bambini e ragazzi, sono più vari di quelli scolastici, con visite ai musei e passeggiate nei parchi, è vero anche che di un parcheggio pur sempre si tratta, con orari da rispettare e cancelli da varcare. Tutto il contrario della lunga, oziosa estate di trenta o quarant’anni fa, ma anche delle frenetiche vacanze ante-crisi, quando almeno 15 giorni si passavano al mare, e magari anche il doppio se mamma e papà si alternavano nei turni. Oggi la permanenza media di bambini e ragazzi nei campi urbani promossi dai Comuni, con tariffe che variano secondo le fasce, si è allungata da una a due settimane, e in molti casi può durare anche tre o quattro, coprendo tutti i turni disponibili. Se dipendesse dai genitori, le scuole potrebbero restare sempre aperte, sono i Comuni a imporre un minimo di chiusura anche per ragioni di bilancio (e quando avviene, da Torino a Roma a Napoli, le stesse associazioni offrono il servizio privatamente anche in agosto, utilizzando i centri sportivi). Prendiamo il caso di Torino, una delle grandi città che negli ultimi trent’anni aveva puntato moltissimo sui servizi per l’infanzia. Quest’anno, complici i tagli alla spesa, le famiglie che scelgono la proposta del Comune (e non le molte possibili in convenzione con gli oratori) possono spaziare tra 27 diversi centri, 25 dei quali non sono altro che normali scuole rimaste aperte. Si continua fino al 3 agosto, si inizia alle 7 del mattino per facilitare mamme e papà che in luglio lavorano, la quota massima per famiglia arriva a 90 euro. «Cerchiamo di evitare di far passare troppe ore ai bambini tra le mura scolastiche spiega Maura Dotta, responsabile organizzativa della Safatletica, un’associazione nata per lo sport giovanile che negli ultimi anni si è “riciclata” anche in versione estiva -. Lavoriamo per il Comune, ma il nostro obiettivo è rendere un buon servizio ai bambini, facendo quello che i genitori, impegnati al lavoro, non possono fare: portarli al parco, farli muovere, far conoscere loro la città. E negli anni ci siamo resi conto che la crisi ha spinto le famiglie a allungare il periodo di permanenza». «La scelta – suggerisce Angelica Arace, docente associata di Psicologia dello sviluppo all’Università di Torino – andrebbe sempre calibrata tenendo conto delle caratteristiche del singolo bambino o ragazzo. Per molti condividere il tempo delle vacanze restando in città con i compagni può essere piacevole, altri hanno bisogno di più tempo per il riposo, magari in solitudine. Bisogna distinguere tra le esigenze del bambino e quelle dei genitori, che ovviamente non dispongono di tre mesi di vacanza ». A Napoli, l’orario dei campi estivi è ridotto (4-5 ore al giorno) e unisce gite e laboratori tra le mura scolastiche, a Bologna il servizio è “flessibile”, i genitori possono scegliere tra orario breve o lungo, e dura fino a 4 settimane per i piccoli tra i 3 e i 5 anni (15 centri, anche in questo caso gli stessi dell’anno scolastico) e fino a 7 settimane per la fascia che arriva agli 11 anni. E a Padova non si chiude mai, neppure ad agosto, e 213 bambini si sono iscritti anche in quel mese: l’orario finisce alle 16, ma con un sovrapprezzo di 30 euro si possono lasciare i figli fino alle 18. «L’obiettivo è coprire tutta l’estate e presto ci arriveremo – riassume Daniela Ruffino, sindaco di Giaveno e membro della commissione scuola dell’Anci, l’associazione dei Comuni italiani -. È vero, gli orari sono lunghi, forse piacciono di più alle mamme che ai bambini, ma se i Comuni impongono alle associazioni un buono standard qualitativo è una soluzione migliore che essere parcheggiati da nonni e zii». Sarà, ma che fatica!

L'autore

Padre Stefano

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